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Scienze dell’antichità, filologico letterarie e storico artistiche

ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI FIRENZE. SCULTURA 1784-1915

di Sandro Bellesi

editore: Pisa University Press

pagine: 416

Il libro, frutto di anni di ricerche condotte prevalentemente su fonti archivistiche e letterarie da studiosi di primo piano, nasce dall’esigenza di “ricostruire” la storia dell’Accademia di Belle Arti di Firenze e di mettere finalmente in luce il suo prestigioso patrimonio artistico, oggi “ospitato”, in gran parte, in vari musei cittadini. Primo di una serie di studi rivolti alle scuole artistiche dell’Accademia, il volume, dedicato alla Scultura e ai suoi protagonisti dal momento della fondazione fino all’inizio del Novecento, focalizza l’importanza rivestita da questo istituto educativo, sempre al centro della vita artistica fiorentina, al quale spettò, tra l’altro, la salvaguardia e la tutela del patrimonio pittorico-scultoreo toscano, come testimonia, ad esempio, l’intervento risolutivo del presidente Giovanni Degli Alessandri, che nel 1808, in seguito alle leggi emanate dal governo napoleonico, salvò dalla dispersione gran parte delle opere quattro-cinquetentesche provenienti dai conventi soppressi, facendo sì che queste fossero concesse “all’Accademia delle Belle Arti in onorevol memoria dei Figli Suoi e per Istruzione dei Nuovi dell’Accademia medesima”. Insieme alle indagini dedicate ai professori di Scultura che nel corso del tempo hanno guidato la scuola, primo fra tutti il geniale Lorenzo Bartolini, il volume, che analizza per la prima volta in modo dettagliato l’evoluzione delle arti plastiche nel capoluogo toscano tra la fine del Settecento e l’Ottocento, focalizza l’attenzione sui princìpi di insegnamento attuati dai singoli maestri e sulle raccolte artistiche, incentrate, prevalentemente, su statue e bassorilievi in gesso eseguiti dalle giovani leve in occasione di concorsi o inviati dalle stesse nel corso dei cosiddetti “pensionati” a Roma. Proprio grazie a queste nuove indagini è stato così possibile identificare gli autori dei bassorilievi originali ottocenteschi, vanto delle raccolte artistiche attuali dell’Accademia, finora in gran parte anonimi e inediti.  Il libro, per esigenze di indagine, si è prefisso come termine cronologico il 1915, anno d’inizio della prima guerra mondiale e tempo di cambiamenti radicali all’interno della Scuola. Per supplire alla mancanza di uno studio “contemporaneo” sulle arti plastiche è previsto, dopo un volume analogo al presente dedicato alla Pittura, un libro sulle arti del Novecento, dove saranno effettuate ricerche su tutte le scuole artistiche presenti all’Accademia di Belle Arti di Firenze. Il libro curato da Sandro Bellesi, introdotto da cinque presentazioni (Luciano Modica, Eugenio Cecioni, Cristina Acidini, Luigi Zangheri e il curatore), raccoglie diciotto saggi. Questi, distribuiti in sezioni differenziate, portano la firma di Michele Amedei, Sandro Bellesi, Silvestra Bietoletti, Valeria Bruni, Rossella Campana, Annarita Caputo, Giovanna Cassese, Giulia Coco, Cristina Frulli, Francesca Lotti, Daniele Mazzolai, Fabrizio Paolucci, Francesca Petrucci, Roberta Roani, Enrico Sartoni, Giandomenico Semeraro ed Ettore Spalletti. Le schede delle opere presenti volume sono state redatte da alcuni autori dei saggi e da Caterina Del Vivo ed Elena Marconi.
27,00

Szymborska, la gioia di leggere

Lettori, poeti, critici

di Donatella Bremer, Giovanna Tomassucci

editore: Pisa University Press

pagine: 160

In Italia, paese in cui molti scrivono poesie, ma pochissimi le leggono, Szymborska piace. Da questa semplice, perfino banale constatazione, è nato il progetto di questo libro. Nobel per la Letteratura 1996, nel nostro paese la poetessa polacca ha conquistato decine di migliaia di lettori. A tutt’oggi i suoi versi e la sua figura vengono frequentemente citati sulla stampa, alla radio e alla TV, in canzoni e spettacoli teatrali, graphic novel e centinaia di siti web, blog e video. Una simile popolarità ha spinto la critica a percepire questa “presa” sui lettori come una salutare reazione ai vizi di certa nostra poesia. In questa raccolta di saggi, la prima dedicata in Italia all’opera della poetessa polacca, ci si è interrogati su quali siano gli elementi propulsivi di questo consenso condiviso e sul perché la poesia di Szymborska, malgrado, o forse proprio a causa della fama di autrice non complessa, in Italia abbia finora stimolato scarse letture critiche. Ben lontani da un generico e corale applauso, i contributi qui raccolti sono vari per punto di vista e valutazione, dimostrando quanto possa essere personale, perfino imprevedibile e labirintica la lettura della poesia di Szymborska. Accanto a un intervento del traduttore di Szymborska Pietro Marchesani, vengono proposti ai lettori anche due inediti della poetessa: in copertina un collage “italiano” ispirato alla Torre di Pisa, in appendice una poesia del 1985, mai apparsa in Italia, Dialettica e Arte. Con i contributi di: Alfonso Berardinelli, Donatella Bremer, Anna Maria Carpi, Alba Donati, Paolo Febbraro, Roberto Galaverni, Ewa Lipska, Pietro Marchesani, Jaroslaw Mikolajeski, Laura Novati, Michal Rusinek, Giovanna Tomassucci 
15,00

Il profilo stilistico del testo

Guida al confronto intertestuale e interculturale (tedesco e italiano)

di Marina Foschi

editore: Pisa University Press

pagine: 232

Il volume presenta un approcio descrittivo allo stile del testo, letterario e non letterario. La base teorica proviene da una visione a largo raggio sugli studi stilistici che, partendo dalla retorica antica, arriva a considerare con particolare attenzione gli sviluppi più recenti di scuola tedesca: la stilistica testuale (Textstilistik) e la testologia contrastiva (kontrastive Textologie). Ne deriva un'accezione di stile come fenomeno sociale e culturale, il cui profilo è rilevabile nelle strutture formali e pragmatiche del testo grazie a un confronto intertestuale mediato da istanze adeguate. Le tecniche e categorie presentate riassumono i maggiori risultati della linguistica testuale di scuola tedesca, senza tralasciare lo strumentario retorico tradizionale. Pur rivolgendosi in particolare a un pubblico di studenti e studiosi di germanistica e DaF, l'analisi stilistica presentata nel volume può adattarsi a ogni lingua e cultura, gli esempi prodotti facilmente sostituibili con testi equivalenti in italiano o altre lingue.
14,00

Tra tecnica Modema e Progetto

Studio antropologico del design

di Claudio Rocca

editore: Pisa University Press

pagine: 146

Partendo dall’emblematico naufragio di Robinson Crouse per arrivare  all’analisi sociologica sull’influenza che il sistema degli oggetti d’uso quotidiano ha sul modo di essere dell’uomo, questo studio prende in considerazione il “bricolage” in quanto dispositivo che parla della nostra relazione identitaria con gli oggetti. Si svela così il moltiplicarsi delle catene “fai da te” e la risposta della società digitale che si sta evolvendo verso nuove forme di autoproduzione, di comunità informatiche, nuove tecnologie (stampanti 3D e FabLab) e nuovi materiali. La ricerca affronta così il modello antropologico che studia la moda e la teoria dei modemi, attraverso i quali si interpreta con una diversa e più ampia visione il mondo del design e la sua indessicalizzazione.La Vespa della Piaggio è il “case study” scelto dall’autore per approfondire una ricerca diacronica sugli scooter italiani del dopoguerra, la nascita e la tecnica del progetto, insieme alla teoria dei modemi e allo styling
15,00

Il melodramma cinematografico

Campioni di fantasia tragica

di Stefano Socci

editore: Pisa University Press

pagine: 160

Questo libro è un itinerario attraverso il melodramma cinematografico, che si nutre di emozioni e sentimenti, cioè di vicende essenzialmente intime e private, ma è capace di assorbire il senso e lo spirito dei tempi, di mutamenti antropologici, economici, politici e sociali. Il melodramma viene da lontano, i suoi elementi si sono codificati e precisati molto prima della comparsa della settima arte. Grazie a queste fitte e profonde radici, espressive, mitologiche, stilistiche e teoriche, è una delle migliori chiavi di lettura – e un eccellente veicolo di conoscenza – della storia del cinema, anche in rapporto alle metamorfosi della rappresentazione. Nell’introduzione viene descritto il percorso del melodramma, dal Cinquecento ai nostri giorni, dal palcoscenico al grande schermo. Nel primo capitolo è illustrato, in ordine cronologico, lo sviluppo del melodramma nel inema, elencando e analizzando molti titoli significativi, dal periodo muto alla contemporaneità. Il secondo capitolo si concentra su dodici film importanti, dal 1939 al 2015: Via col vento di Fleming, Pandora di Lewin, Casco d’oro di Becker, Senso di Visconti, Secondo amore di Sirk, Le lacrime amare di Petra von Kant di Fassbinder, L’ultimo imperatore di Bertolucci, Le onde del destino di von Trier, In the Mood for Love di Kar-wai, I segreti di Brokeback Mountain di Lee, La migliore offerta di Tornatore, Carol di Haynes.
12,00

In assenza

Appunti sull'autoritratto contemporaneo

di Laura Vecere

editore: Pisa University Press

pagine: 224

L’autoritratto, da sempre genere artistico, nel contemporaneo mette all’angolo il paradigma della somiglianza fisionomica mantenendo però la ‘presenza’ profonda dell’autore, attraverso indizi e sintomi che lo svelano da un piano più ‘arretrato’ rispetto a quello dell’apparenza immediata, del visibile. Il soggetto dell’autoritratto oggi si dà in una costellazione di modalità differenti, talvolta difficilmente imparentabili tra loro. Approfondendo il lavoro di un gruppo di artisti, l’autrice ritrova un filo conduttore del rinnovamento radicale di questo soggetto nella fedeltà che ciascuno ha verso la grande tradizione. Un legame  costituito non tanto dalla ripresa formale, quanto piuttosto dall’appropriazione dei processi mentali vitali che hanno determinato, e continuano a determinare, le forme. Cambiano le pratiche, le tecnologie e i linguaggi, e anche l’artista cambia il modo di guardare a se stesso come soggetto-oggetto di riflessione, soprattutto dopo la dissoluzione della rappresentazione, ampiamente consumatasi nel corso degli ultimi due secoli.  
15,00

II cannocchiale

di Jean-Charles-Leonard Sismonde de Sismondi

editore: Pisa University Press

pagine: 160

Durante il suo soggiorno londinese nella primavera 1793, la famiglia Simonde visitò, tra le molte altre attrazioni turistiche, anche il telescopio di William Herschel, situato a circa 40 miglia lontano da Londra, noto come Observatory House. La possibilità di guardare alla volta celeste con questo mastodontico strumento – lungo 12 metri e con alla base un specchio concavo di 120 cm di diametro – deve aver suscitato una forte impressione sul giovane Sismondi, all’epoca ventenne.Ci piace pensare che sia nata da quest’esperienza l’idea di intitolare il suo giornale satirico con il nome di Cannocchiale. Contrariamente a molti altri scritti, contemporanei e successivi, il testo infatti abbonda di metafore attinte all’astronomia: si legga ad esempio quando Sismondi, novello Gulliver, approda nell’isola della Superbia e tramite il cannocchiale della modestia riesce a rendersi conto che gli abitanti dell’isola, invece di essere una turba di gente rissosa, sono in realtà dei piccoli geni lillipuziani; o ancora quando definisce i baldi giovani che corteggiano le donne sposate «i satelliti minori delle belle», distanziandoli però nella loro superficialità, da quelle «comete erranti che secondo il sistema dell’Universo del Prof. Lambert, vanno da un sistema planetario a un altro, descrivendo lunghissime elipsi, ma avendo intorno a ciaschedun astro un perielio molto corto».   Come scrive però Alessio Bini, nel saggio che precede il testo, le ragioni sostanziali per cui Sismondi attinge a questa metafora sono ben altre. Ricordando come il cannocchiale galileiano abbia messo a tacere la cosmologia e il sensismo aristotelici, Bini suggerisce di considerare la funzione specifica svolta dal cannocchiale, che è quella «di aiutare la ragione a capire com’è fatto il mondo, potenziando i sensi». Vi è dunque anche una non celata motivazione pedagogica innata in questa impresa letteraria, che è quella di educare una società (nello specifico, quella pesciatina) a guardare a se stessa con ironia, a mettere in discussione quanto è dato per acquisito, confrontandosi con altri mondi e altri costumi  
14,00

Nuove Musiche 1/2016

Autori vari

editore: Pisa University Press

pagine: 164

La rivista «Nuove Musiche» nasce dal sodalizio tra il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell'Università di Palermo e la Fondazione Prometeo di Parma. Essa colma una lacuna dell'attuale panorama editoriale italiano, privo di un periodico di alto profilo accademico monograficamente dedito alla musica contemporanea. Dotata di un comitato scientifico internazionale e applicando procedure di peer review, la rivista esce con cadenza semestrale, in edizione multilingue, in versione sia digitale sia cartacea. Suo oggetto di studio è l'intero campo mondiale della musica d'oggi, con una prospettiva privilegiata sulla situazione italiana. Lo sguardo di «Nuove Musiche» mira alla convergenza metodologica dei vari approcci della musicologia: storico, estetico, analitico, teorico-sistematico, socio-antropologico, psico-neurologico, semiotico, mediale, economico. Cioè alla convergenza tra la musicologia stessa e le altre discipline della conoscenza, nell'ideale di un umanesimo aggiornato. Oggi in Italia il dibattito sulla musica contemporanea si svolge perlopiù in un ambito ristretto e separato, «Nuove Musiche» invece punta a integrare la riflessione sulla musica contemporanea nella vita culturale nel senso più vasto. Perciò la rivista ospita studi scientifici ma anche contributi liberi di compositori, interpreti e organizzatori, e si rivolge al pubblico della musicologia accademica internazionale ma anche agli “addetti ai lavori” della musica contemporanea e a tutte le persone interessate.   The scientific journal «Nuove Musiche» is the result of a partnership between the Department of Humanities of the University of Palermo and the Prometeo Foundation of Parma. It fills a gap in the present Italian publishing scene, devoid of a high academic profile periodical monographically dedicated to contemporary music. Provided with an international scientific committee, and using peer review procedures, the journal will be released every six months, in multilingual edition, in both digital and printed version. Its object of study is the worldwide field of contemporary music, with a privileged look at the Italian situation.The perspective of «Nuove Musiche» aims at the methodological convergence of the various approaches of musicology: historical, analytical, aesthetic, systematic, semiotic, anthropological, sociological, psycho- and neurological, media-theoretical, economic. That is, at the convergence between musicology itself and the other branches of knowledge, according to an updated ideal of the humanities. Today in Italy the debate on contemporary music takes place mostly in a narrow and separate field. Instead, «Nuove Musiche» aims at integrating the reflection about contemporary music into the cultural life in the broadest sense. Therefore, the journal features scientific studies as well as free contributions by composers, performers, organizers, and addresses the scholarly audience, but also all contemporary music operators anDd all interested people.  In questo numero: Editoriale – EditorialMartino Traversa, Stefano Lombardi Vallauri - Editoriale – EditorialTradizioni Paolo Emilio Carapezza, Gian Paolo Minardi - Tradizioni Vectoriality/Protension in Post-Tonal Musicedited by Stefano Lombardi Vallauri Stefano Lombardi Vallauri - Introduction Giovanni Guanti - A friendly reminder: get used to the unheard not to end up devoured Elisa Negretto - Analysis of the temporal structures underlying the listeners’ experience of tension Alessandro Cecchi - Formal tension in Energetics and beyond Alberto E. Colla - The theory of harmonic tension and resolution during the 20th century Nathalie Hérold - Timbral vectoriality: some considerations in the context of post-tonal music Giacomo Albert - Vectoriality and protension vs symmetries and endless processes in minimalist music: some reflections stemming from the analysis  of the sketches of Steve Reich’s It’s Gonna RainIngrid Pustijanac - Time’s arrow in spectral music  
30,00

Figure del dono

Dispendio, reciprocità e impegno nella pratica artistica contemporanea

di Gianni Pozzi

editore: Pisa University Press

pagine: 344

  La celebre performance del 1965 nella quale Beuys racconta la storia dell’arte a una lepre morta che tiene amorosamente in braccio;  l’altra, dieci anni dopo, dove Marina Abramovic si offre a un pubblico autorizzato a fare di lei ciò che vorrà. E poi i mucchi di caramelle di Gonzalez-Torres, pari al peso del corpo dell’artista, a disposizione di chiunque e le grandiose feste urbane di un meno noto artista fiorentino, Mariotti. E ancora,  Alfred Jaar che raccoglie fondi per associazioni benefiche, Garutti che installa invece montagne di semi per gli uccelli o Zhang Huan che come un Buddha pietoso offre il proprio corpo agli insetti. E’ questo,  insieme ai tantissimi altri casi,  il materiale  – corpo vivo di un preciso modo di operare - che permette all’autore di riconsiderare nell’ottica nuova del dono alcune pratiche dell’arte contemporanea. Gesto costitutivo di un legame e quindi di una comunità, il dono permette infatti di riunire atteggiamenti spesso separati di questo agire: relazionalità, impegno sociale e ambientale, gioco, festa e partecipazione al sistema di scambio della rete. Ma permette anche di stabilire, in un confronto serrato tra arte, filosofia e antropologia, inedite connessioni tra l’artista e il filosofo; due figure che proprio all’interno di questa comunità ideale, sfuggente per parodia o opposizione alle logiche del modo senza grazia dell’utilitarismo, trovano spazio. Con una Postfazione di Sergio Givone
15,00

Medioevo volgare germanico

nuova edizione

di Marco Battaglia

editore: Pisa University Press

pagine: 252

La nascita di uno statuto letterario germanico, durante l’Alto Medioevo, rappresentò una conquista culturale mediata dalla cristianizzazione e dalle relative necessità liturgiche, dottrinarie ed esegetiche. Poiché la conversione al Cristianesimo delle numerose etnie germaniche richiese quasi un millennio, non stupisce che il diverso grado di integrazione delle élite barbariche nell’universo dottrinario e culturale della Chiesa – erede di molti valori della cultura greco-romana – si tradusse in una altrettanto lenta percezione della dignità dei propri volgari in funzione di lingua scritta, la cui forma richiedeva l’acquisizione di una coscienza ‘alfabetica’ e di forme ‘scrittorie’ locali ancora inedite. La frammentazione culturale che ne conseguì e la prolungata assenza di un canone alfabetico univoco per le singole lingue – unitamente all’egemonia esercitata ancora per secoli dalla cultura latina – si tradusse in risultati letterari tra loro disomogenei in ciascuna area linguistica. Il monopolio degli studi e della cultura scritta, esercitato per secoli in Occidente dall’autorità ecclesiastica, ebbe conseguenze dirette sul piano del contenuto e della relativa trasmissione. All’interno dei codici manoscritti realizzati per lo più tra le mura di scriptoria monastici riuscì a filtrare soltanto una minima parte, opportunamente emendata, del patrimonio tradizionale delle culture volgari, patrimonio che continuò viceversa a essere tramandato attraverso i canali impalpabili dell’oralità. Le prime forme di una tradizione letteraria germanica restarono dunque confinate per lungo tempo ad ambiti istituzionali – giuridici, notarili e religiosi –, nei quali i volgari riuscirono inizialmente a far breccia sotto forma di strumenti interpretativi d’immediata utilità, come le glosse esplicative di concetti e di lessemi non immediatamente comprensibili. Medioevo volgare germanico cerca di raccogliere e introdurre i principali documenti e i relativi generi letterari delle singole tradizioni linguistiche del Medioevo germanico, a partire dalla più antica traduzione della Bibbia in gotico fino agli esempi più raffinati del patrimonio letterario poetico e prosastico.  
18,00

L'odium regni a Roma tra realtà politica e finzione storiografica

di Federico Russo

editore: Pisa University Press

pagine: 384

In questo volume sono presentati i risultati di una ricerca svolta all’università di Costanza (Germania) grazie ad un finanziamento della Gerda Henkel Stiftung. In contrasto con una visione antica e moderna, secondo cui l’odium regni, e cioè l’avversione tipicamente romana per qualunque forma di potere monocratico (ed in particolare quello prettamente monarchico), questa monografia dimostra l’ambiguità dell’atteggiamento romano vero il concetto di regnum. Distinguendosi dalla convinzione tradizionale secondo cui l’odium regni a Roma sarebbe stato una diretta conseguenza dell’esperienza traumatica del regno tirannico di Tarquinio il Superbo, l’indagine mostra, tramite un’analisi di testi di fine III e II secolo a. C., come la riflessione sull’istituto monarchico compaia compiutamente nelle fonti (teatrali e non) di fine III secolo (capitolo 1: “Re e tiranni sulle scene romane”), e si affermi nella coeva e di poco successiva storiografia latina greca solo in conseguenza del contemporaneo dibattito politico interno a Roma. L’emergere di figure per qualche motivo dotate di poteri “straordinari”, cioè non ricadenti entro le normali strutture giuridiche dello stato repubblicano, come il Temporeggiatore e l’Africano, o ancora il ricorso eccessivo, ancorché giustificato dall’emergenza annibalica, alla carica di dittatore, introdussero nel discorso politico l’accusa di adfectatio regni, cioè di aspirazione tirannica, intesa come minaccia al funzionamento delle istituzioni repubblicane. L’accusa di aspirazione monarchica / tirannica si saldò ben presto a quella di demagogia, cosicché quest’ultima fu vista come uno strumento tramite cui lo stato repubblicano poteva essere sovvertito in una monarchia (capitolo 2: “IL concetto di regnum al tempo della seconda guerra punica”; capitolo 4: “Il regnum di P. Cornelio Scipio Africano”). Tracce frammentarie ma esplicite di tale accezione dei concetti di demagogia e monarchia / tirannide emergono non solo nel dibattito politico di Roma mediorepubblicana, ma anche nella riflessione polibiana sull’anakyklosis applicata proprio all’interpretazione che lo storico megapolitano dà dell’ascesa del dominio di Roma (capitolo 6 “Roma come una monarchia? Il tema della translatio imperii”), ed infine nella coeva riconsiderazione storiografica di alcuni episodi del passato di Roma, sia monarchico che repubblicano (capitolo 3: “Connotazioni ideologico-politiche del concetto di regnum”; capitolo 7; “Amulio, Romulo e Tito Tazio: problemi storiografici”). L’indagine mostra dunque come la dialettica tra quattro temi principali, monarchia, la sua quasi inevitabile corruzione in tirannide, demagogia e istituzioni repubblicane ritornino costantemente nella risistemazione storiografica, proprio dell’annalistica di età medio e tardorepubblicana, di alcuni eventi salienti della storia di Roma, rivelando nel contempo l’applicazione di cliché storiografico-interpretativi la cui codificazione si può far risalire al periodo tra la fine del III secolo e l’inizio del II secolo a. C., quando cioè il concetto di regnum irruppe nel discorso politico romano. Fu quindi in questo lasso di tempo che il concetto di regnum assunse una connotazione negativa, a scapito di accezioni neutre o addirittura positive che ne caratterizzavano l’uso teatrale degli ultimi decenni del III secolo a. C. E tuttavia, un’ulteriore prova di come tale concetto conservasse una posizione ambigua nell’immaginario ideologico romano è fornita dal fatto che nella politica estera di età mediorepubblicana i Romani non si presentarono mai come acerrimi nemici delle monarchie, ma anzi intrattennero con re, ed in particolare con i regni ellenistici, ottimi rapporti diplomatici e politici (capitolo 5: “Omnium regum hostes”). Sarà solo una certa parte della storiografia, coeva (si pensi a Catone) ma più spesso di età tardorepubblicana, che amerà presentare i Romani come l’antitesi par excellence di ogni forma monarchica. Il volume, dunque, coniugando l’analisi dell’evidenza storiografica con una riflessione sul dibattito politico romano di età mediorepubblicana (capitolo 8: “L’esempio degli adfectores regni. Interferenze tra discorso politico e tradizione storiografica”), mostra l’ambiguità del concetto di regnum nella mentalità romana, determinata in ultima analisi da specifici aspetti delle istituzioni repubblicane romane tra l’età annibalica e il periodo delle guerre d’oltremare.  
22,00

Gio Ponti

Vita e percorso artistico di un protagonista del XX secolo

di Mauro Pratesi

editore: Pisa University Press

pagine: 240

Questo studio affronta i molteplici aspetti dell’attività di Gio Ponti con taglio innovativo, per fornire una nuova sintetica visione del grande artefice del XX secolo che fu architetto, artista, arredatore, editore, direttore e fondatore di riviste, designer, editorialista, saggista ed altro. Il libro attraversa tutte le attività di Ponti con l’intento di fornire una lettura “non tecnicista” per essere il più possibile aderente, anche nel tono calibratamente “leggero”, al profilo globale fornito dalla vasta opera dell’autore. Lo studio, quindi, non si limita a singoli e specifici aspetti dell’attività di Ponti, ma offre una riflessione sul lavoro multidisciplinare che l’autore ha perseguito nel corso della sua vita, come ha ben evidenziato nella sua prefazione Cesare De Seta. Si può dire, infatti, che il libro sostiene l’assunto, già affermato autorevolmente da Alessandro Mendini, per il quale Ponti è stato indiscutibilmente un grande artista e padre di tutti gli architetti del pieno Novecento.    
12,00

Democede di Crotone e Udjahorresnet di Sais

Medici primari alla corte achemenide di Dario il Grande

di Francesco Lopez

editore: Pisa University Press

pagine: 488

Per la prima volta viene proposto lo studio comparato di Democede di Crotone e di Udjahorresnet di Saïs, ‘medici primari’ entrambi attivi nel VI sec. a.C. alla corte achemenide di Dario il Grande. Con sguardo sinottico è ricostruita la figura complessa del sapiente-medico tra Egitto, Persia,  Grecia ed Occidente ellenico. Il potere delle arti per la cura degli ammalati, nell’integrità di corpo e spirito, si realizza non senza rivolgere a più ampio raggio l’attenzione alla tutela del Vivente nella sua interezza. Il volume, strumento utile per riconsiderare la chirurgia delle origini, compresa quella ippocratica, consente di approfondire le relazioni ‘culturali’ tra la medicina dei templi e la medicina ‘razionale’, sia nella tradizione egizia delle Case della Vita che in quella ellenica del Pitagorismo antico e dei santuari di Asclepio. Particolare riguardo è riservato al Naoforo Vaticano, con le prime immagini digitali ed a colori del pilastrino dorsale, anche mediante l’impiego di avanzate tecniche archeometriche. Dei due ‘medici personali’ del re Dario I viene esaminata l’intera storiografia.
25,00

Object-based selection of spatial frames of reference in aṣ-Ṣāniˁ Arabic

di Letizia Cerqueglini

editore: Pisa University Press

pagine: 176

In 2003, S.C. Levinson defined spatial Frames of Reference as semantic and cognitive strategies used to project coordinate systems onto spatial arrays, in order to conceptualize and linguistically describe angular relations. Since then, several descriptions of referential styles worldwide have been produced, mostly focused on the language-to-cognition correlation, within the dispute between Universalism and Determinism. Such an intellectual dichotomy is being overtaken by historical and structuralist approaches to spatial semantics and cognition. Since all three Frames of Reference are in use among the elderly aṣ-Ṣāniˁ speakers (Negev Nomadic Arabic), this work accounts for the strategies underlying the distribution of the Relative Frame of Reference, and of its sub-category ‘Aligned Field’, monitoring the collapse of the Aligned Field from the language of the elderly to that of the young generation. Thanks to culture-specific stimuli, the experiments reveal that elderly aṣ-Ṣāniˁ speakers use object-specific referential and prepositional strategies, based on a culture-specific and domain-related ontology of entities. Young people, acquainted to sedentary life, urban spaces and objects of modern life, do not retain the old ontology, developing a different set of referential strategies and restructuring the prepositional system. This study shows how the cultural dimension shapes the spatial experience and the embodiment of spatial grammar, proposing a radically Relativistic approach. The supposedly universal mutual independence of ‘what’ and ‘where’ concepts should be re-discussed on a cultural basis, since the nature and effects of the relationship between language and cognition may represent themselves cross-cultural variables.
16,00

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